Il silenzio uccide i giusti.

Nonostante ci prodighiamo ed abbracciamo millemila cause per questo o quel malcapitato, è evidente che non riusciamo proprio a scrollarci di dosso le radici dell’innata indole omertosa che alberga nei nostri vili cuori.

Omertà: una parola spesso utilizzata per definire una pratica di origine mafiosa, una sorta di solidarietà tra consociati che intendono coprire condotte delittuose, ma Omertà è ogni forma di silenzio che possa ostacolare la ricerca e la punizione del colpevole. Si può essere omertosi per questioni di interesse, oppure per paura di ripercussioni. Ma quando la pratica omertosa viene applicata non per questioni prettamente mafiose, non per paura di diventare un bersaglio, ma per coprire le malefatte di aziende e personaggi senza scrupoli che possono arrecare danno all’intera umanità, allora non c’è alcuna giustificazione al silenzio.

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il_silenzio_è_mafia

Alcuni giorni or sono, precisamente in data 18 luglio c.a., il quotidiano online Alessandria oggi ci portava a conoscenza del seguente articolo:

“La Polizia Stradale di Ovada ferma camion che trasportava venticinque tonnellate di pesche marce destinate ad un’azienda dell’Alto Adige”

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Ovada – Un carico di venticinque tonnellate di pesche marce, proveniente dalla Francia e diretto in Trentino Alto-Adige, è stato fermato dalla Polizia Stradale di Ovada sull’autostrada A26 dei Trafori.
… gli agenti avevano notato che dal cassone stava colando del liquido maleodorante. Il mezzo pesante stava trasportando venticinque tonnellate di pesche marce, all’interno del cassone aperto e senza alcuna copertura a protezione. Il carico, partito da Cheval Blanc, in Francia, era diretto a Merano, in provincia di Bolzano, ad una nota azienda che ne avrebbe dovuto fare succo di frutta e altri lavorati destinati al consumo umano. (ecco che entra in gioco l’italica omertà, nell’ormai vecchia pratica di omettere “volutamente” il nome dell’azienda destinataria.)
L’articolo, che è stato poi riproposto “tale e quale” nei vari blog e siti tematici, termina con una multa di un migliaio di euro al trasportatore francese, nonché con l’interessamento dell’Asl del luogo di destinazione al fine di evitare che il carico fosse destinato al consumo umano.

Personalmente, mi permetto di dire: “Troppo tardi, poiché il danno è ormai fatto!”

Quanto sopracitato nell’articolo, purtroppo capita sempre più spesso: sappiamo cosa è successo e come è successo, ma mai il nome del colpevole. Tuttavia, in questo specifico caso, rintracciare il nome del “probabile” colpevole non dovrebbe essere difficile, essendo l’Hans Zipperle SpA l’unica azienda di merano a occuparsi di succhi di frutta. Eppure, ciononostante, il silenzio di chi dovrebbe urlare quel nome a squarciagola… è assordante! I tutori dell’ordine, se lo volessero davvero, potrebbero facilmente porre fine ai tanti casi analoghi, lasciando quest’incombenza a noi consumatori, ma invece di consentirci di poter prendere le distanze, evitare di consumare i loro prodotti e punire i malfattori/adulteratori come meritano “avete sbagliato, vi facciamo fallire affinché non possiate più arrecare danno”, loro proteggono quei nomi per chissà quali motivi. Tutto questo non ha alcun senso; serve solo a rendere più forti i malfattori e li autorizza a riprovarci ancora una volta.

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A questo punto, una domanda nasce spontanea: a cosa serve, leggere attentamente ogni confezione per assicurarsi che gli stabilimenti di produzione siano italiani, quando poi non si fa il loro nome nel momento in cui sbagliano o rischiano di avvelenare centinaia di migliaia di consumatori?
Ma sì, meglio affidarsi al caso… ehm… alla fortuna.

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