32 anni senza Chernobyl, ma con le scorie radioattive in casa.

pripjatnuclearenergy

Pryp”jat’ (Ucraina) – 26 aprile 1986
Sono appena le ore 01:23, quando l’ambizione umana mette in moto la mano della morte. Iniziano gli stressanti test di stabilità dei reattori, ma la pressione di uno dei quattro reattori nucleari presenti sul sito balza alle stelle. Nel tentativo di bloccarne gli effetti devastanti, l’azione umana ne aumenta di cento volte il potere distruttivo: in un solo minuto accade il disastro! Il reattore esplode, rilasciando nell’aria una nube contenente ben oltre 50 tonnellate di materiale radioattivo. La morte invisibile cala impietosa sull’impianto, per poi riversarsi sull’Europa e arrivare a lambire le terre del mediterraneo. La vita a Chernobyl si dissolve, non esiste più nulla, mentre il pallottoliere non riesce più a contenere il numero delle vittime, e madre morte comincia a pregustare il sangue delle future vittime della genetica modificata.

Con i referendum del 1987 e 2011, i cittadini italiani sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio parere sulla questione “Centrali Nucleari”, ma hanno potuto agire soltanto sullo stato dell’interruttore ON/OFF. A 32 anni da quella terribile notte di Pryp”jat’, lo Stato italiano non ha ancora dato una chiara risposta sullo smaltimento delle scorie radioattive, anzi, nonostante gli infausti accadimenti di Fukushima, sembra ancora intenzionato a perseguire la “Strategia energetica nazionale” a suon di centrali nucleari.

Anche se in molti sono convinti che la questione nucleare italiana sia definitivamente morta, iniziata nel 1963 e terminata nel 1990 (nel 1966 l’Italia era il terzo produttore al mondo, a seguire gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra), non tutti sanno che sul nostro territorio esistono ben sette siti contenenti materiali nucleari, anche se si dice che siano oltre 20. Tuttavia, ancora oggi “nessuno” sembra essere in grado di darci una risposta sul loro smaltimento definitivo.

Sono quattro le centrali nucleari a tutt’oggi disattivate, ma che custodiscono ancora i materiali radioattivi al loro interno:

– Centrale nucleare di Trino Vercellese, Piemonte (ferma dal 1987 – stoccati 780 metri cubi di scorie radioattive + 47 elementi di combustibile irraggiato – i lavori di smantellamento sono stati iniziati da parte della Sogin)
– Centrale nucleare di Caorso, Emilia-Romagna (ferma dal 1987 – stoccati 1.880 metri cubi di scorie radioattive + 1.032 elementi di combustibile irraggiato).
– Centrale nucleare di Latina, Lazio (ferma dal 1986 – stoccati 900 metri cubi di scorie radioattive).
– Centrale nucleare del Garigliano, Campania (ferma dal 1978 per problemi tecnici – disattivato dal 1982 – stoccati 2.200 metri cubi di scorie radioattive).

Tre, invece, sono i depositi ufficiali di scorie radioattive, contenenti un totale di 235 tonnellate di materiale irraggiato:

– Saluggia (Piemonte) registrata recente fuga radioattiva;
– Casaccia (Lazio);
– Trisaia (Basilicata).

Importante!!!! A questi numeri va aggiunto il materiale giornalmente accumulato dalle attività mediche, industriali e di ricerca.
A ogni modo, a molti anni di distanza dalla presa di coscienza cittadina, non esiste ancora un programma di smaltimento definitivo, né un luogo prescelto per tale operazione, mettendo l’Italia sotto procedura d’infrazione da parte dell’EU. L’unica cosa ormai nota dall’assemblea dell’Aiea che si è tenuta lo scorso settembre a Vienna, sono i costi che le operazioni di smantellamento, riprocessamento e messa in sicurezza dei materiali, comporteranno alle casse del nostro paese: si parla di circa 7 miliardi di euro.
Tutto il resto è celato dall’ombra, mentre i cittadini continuano a vivere nell’utopia di far parte di un paese “Nuclear Free”.

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