Anche la “monnezza” vale oro: On Wings of Waste, sulle ali dei rifiuti.

On Wings of Waste, letteralmente sulle ali dei rifiuti, è il nome di un progetto che ha impegnato per quattro anni l’ambientalista inglese Jeremy Roswell. Il risultato di tale progetto è stato il poter percorrere ben oltre 800 chilometri con un aereo alimentato da un particolare biocarburante derivato dal riprocessamento della plastica recuperata dagli oceani, processo di cui si è occupata l’azienda Plastic Energy di Londra. Un’idea nata dall’osservazione degli effetti devastanti del preoccupante inquinamento dei mari: si pensa che entro il 2050 il peso della plastica supererà quello di tutti i pesci viventi. Una prospettiva che ha fatto accendere l’ingegno: recuperare la plastica per impiegarla come carburante.

Roswell: “Dopo anni di preparazione e molti alti e bassi abbiamo finalmente dimostrato che 8 milioni di tonnellate di plastica gettate negli oceani ogni anno possono essere riutilizzate con profitto”.

Come verrebbe processata la plastica?
Si tratta semplicemente di una sorta di fusione con conversione termica anaerobica o pirolisi. La plastica viene riscaldata in una camera priva di ossigeno per impedirne la combustione, evitando così che bruci generando emissioni tossiche, e suddividere i polimeri per creare un distillato di petrolio. Il 95% del materiale è utilizzabile per il combustibile diesel e il restante 5%, conosciuto come ‘Char’, è un solido che può essere utilizzato, ad esempio, come additivo o pigmento.

Roswell: “Se solo i 1200 i voli che transitano quotidianamente dall’aeroporto londinese di Heathrow usassero la mia miscela, si potrebbero riciclare 21.600 tonnellate di rifiuti di plastica.”

Sembra che il progetto si basi su prove scientifiche e che il carburante derivato dalla plastica recuperata sia in grado di garantire il volo di un velivolo leggero. La squadra di ‘On Wings of Waste’ è in collaborazione con la società britannica Plastic Energy, azienda pionieristica della tecnologia plastica-combustibile, che ha sviluppato una conversione di plastica e gasolio commercialmente valida.

Quindi, seguendo il cuore del progetto ci sarebbero almeno due punti a suo favore:
– riduzione della quantità di plastica disseminata tra mari e discariche;
– offrire una buona alternativa ai classici biocarburanti.

Il prodotto finale non è altro che un diesel di alta qualità e a basso tenore di zolfo, e sarebbe prodotto esclusivamente con plastica riciclabile: si dice che per creare 1000 litri di carburante serva almeno una tonnellata di plastica di scarto.

Si tratta di un progetto sicuramente interessante che, tra l’altro, fa già gola anche ad altri inventori improvvisati (quelli che dimenticano che certi processi esistono da decenni) i quali vorrebbero sfruttare l’occasione per propinarci un piccolo minireattore da utilizzare sulle barche (vedi progetto presentato all’American Chemical Society, frutto del lavoro di un chimico organico, Swaminathan Ramesh, e di un capitano di vela, James E. Holm.) I due hanno sviluppato un processo in grado di sfruttare i rifiuti di tutte quelle plastiche basate sugli idrocarburi per ottenere un prezioso gasolio.

Adesso diamo un po’ di numeri:
Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia, sono i cinque Paesi responsabili del 60% della plastica che ogni anno finisce negli oceani e minaccia l’ecosistema marino di tutto il mondo. A completare la Top Ten, ci sono Malesia, Nigeria, Egitto, Sri Lanka e Bangladesh.

Ma facciamo anche l’analisi dell’articolo, ponendoci alcune domande.
Se analizziamo l’articolo e ci facciamo anche due conticini, possiamo facilmente comprendere che dalla plastica non può essere ricavato un vero biocarburante, non essendo questa un prodotto della natura nè un ricavato dalle biomasse, però il processo potrebbe contribuire allo smaltimento del prodotto in eccesso, soprattutto di quello che galleggia nei mari, tasformandolo in gas ed energia.

L’utilizzo della pirolisi è davvero un vantaggio?
Questo è un altro discorso, ma bisognerebbe chiedersi quanto possa realmente servire un processo che prevede un ricavo di tot energia, utilizzandone molta di più per produrla.

Il processo è inquinante o comporta scorie?
A loro dire non dovrebbe, ma la storia non è chiara e sono tante le domande senza una risposta concreta, e tante altre verranno formulate nel corso del tempo. Alla fine il PLA è un acido poliattico, un polimero facente parte della lunga catena delle plastiche da cui viene ricavata la bioplastica. Potrebbe essere chiamato biocarburante, ma di certo non è un prodotto ecologico.

Ad ogni modo ci si fanno tante pippe mentali “troppe” per produrre del carburante per aerei o barche, invece di chiedersi il perché ci sia tutta quella plastica galleggiante nei mari e cosa bisogna fare perché la si finisca una volta per tutte con l’inzozzare l’intero pianeta. La risposta è chiaramente ovvia: smettere di utilizzare la plastica e tornare a prodotti biodegradabili o riutilizzabili come ad esempio il vetro, ma sappiamo che la cosa non interessa ai mercanti di vite umane poiché non genera abbastanza profitto. Per chi dovesse chiederselo, la fantomatica plastica derivata dal mais non è una vera plastica e sembra che non possa essere utilizzata per ogni scopo produttivo e/o commerciale.

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