Ode a te, arancina, che lenisci le nostre pene! (di Salvatore Rizzo – diPalermo.it)

Dal sito diPalermo.it, che vi invito a visitare, copio e incollo il testo dell’articolo di Salvatore Rizzo del 12 dicembre 2011, che per un palermitano è sempre attuale.

Ode a te, arancina, che lenisci le nostre pene!

“Un must del gusto che per la maggioranza dei palermitani è incisa nel Dna. Piccola fenomenologia del chicco di riso. Anche di quello fritto nelle peggiori rosticcerie”.

Qualcuno spari un bengala rosso se è a conoscenza di un posto dove facciano ancora le arancine al pollo. Quelle che sono scomparse dal radar gastronomico panormita da almeno un trentennio (forse più). Erano “pizzutelle”, con un conino in cima, a distinguersi dalle altre due sorelle, con la carne (di perfetta rotondità, una sfera di diametro quasi giottesco) e al burro (di languida, filante sinuosità nel loro oblungo adagiarsi sul vassoio). Così come è accaduto con le mezze stagioni, già da un pezzo ci siamo fatti una ragione anche di questa dipartita. E comunque, nonostante la lieve afflizione, non saremo mai sazi d’arancine, specie il 13 dicembre. Al di là d’ogni abuso domestico (“basta, papà, sei alla quinta e domani devi fare le analisi! Lasciatene tre-quattro per questa sera…”) circolano cifre industriali da iperbole fantozziana, ogni anno, per Santa Lucia: quel bar ne prepara 20mila, quell’altro 50mila, quell’altro ancora 1 milione, bum! L’arancina resta un “must”, un prét-à-porter dell’appagamento del gusto. Unisce, direbbero gli chef che oggi impazzano in tv, croccantezza-morbidezza-sapore. Non la amano quelli che non gradiscono il riso (nessuno è perfetto), pochi snob schifiltosi (troppo unta!) e quelli che non ce la fanno nemmeno i pompieri animati del Gaviscon in bustine a spegnergli l’incendio del reflusso gastroesofageo. Una minoranza. Per la maggioranza dei palermitani l’arancina è incisa nel Dna. Mattutina (ordinazione perentoria: “Ragazzo, una ‘a cccarne’ e poi un café”), da spuntino diurno (ordinazione giustificativa da lenire vago senso colpa-vergogna anche nei confronti degli astanti: “Eppuru mi facissi ’na bella arancina…” ), a pranzo (ordinazione godurioso-menefreghista: “mi faccio due arancine anche se lo so ca poi mi fannu àcitu”), come happy hour popolare (ordinazione da destino ineluttabile: “ma le avete uscite dalla padella cinque minuti fa? Maaatri, come si fa a resistere? E vabbé, una al burro…”), come cena fast-food (ordinazione ’nchiffaràta: “signora Giusy, siccome stasera non ho tempo, che fa, me le mette sei arancine di lato?, mi raccomando…, passa mio marito”). L’arancina la si ama, dalla prelibata sfera spadellata dalle migliori rosticcerie, che ti gusti chicco su chicco fino al traguardo libidinoso al cuore del ripieno, a quella della peggiore friggitoria col riso talmente “ammataffàto” che in bocca ha la consistenza del Das. Bisognerebbe proteggerla, l’arancina, tutelarla con un marchio Doc, Dop, Igp, Igt, insomma, con una diavoleria simile: alla carne e al burro (magari recuperando quella al pollo…), senza le esecrabili varianti dei recenti 13 dicembre, da “delizie dell’orto” a mari e monti”, a “frutti di bosco” (Dio li perdoni!)

arancinabiochetasi

PS. E ora scusate. La prole ormai “forestiera” (asse Torino-Bologna) m chiede consigli on line per l’arancina-party del 13 sera. Palermitani si nasce. E si resta.

Vedi anche 13 dicembre, Santa Lucia a Palermo

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4 pensieri su “Ode a te, arancina, che lenisci le nostre pene! (di Salvatore Rizzo – diPalermo.it)

  1. Da sicula verace..posso solo essere più che d’accordo 😉 ..e a breve potrò anche abbuffarmi e godere di cassata,pani c’a meusa,panelle e chi più ne ha più ne metta.

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