A spasso tra un drammatico presente e piacevoli ricordi.

Come vi ho già detto in un’altra occasione, spesso colgo l’occasione (scusate la ripetizione) per fare due passi per le vie della città di Palermo, e non solo perché “oggi” sia particolarmente difficile districarsi tra il traffico infernale e le regole comunali, ma anche per trovare spunti di riflessione, ispirazione per nuovi testi, avvicinarmi alla gente comune e godere di tutto ciò che l’automobile mi nega con il suo viaggiare veloce. Stavolta, più per curiosità che per necessità, ho deciso di cambiare percorso per raggiungere il centro della città, e fino ad un certo punto avrei preferito non averlo mai fatto. Certo, tutti noi sappiamo che non tutte le cose che vediamo possono o devono piacerci, ma quando si tratta di percorrere una delle tante arterie principali della città che un tempo rappresentavano l’anima del commercio e della vita cittadina, e ti accorgi che non è rimasto nient’altro che un lungo e drammatico cartello con su scritto “Cedesi attività” o “Affittasi locale”, dandoti una così chiara immagine del periodo funesto che stiamo attraversando, credo che sia giustificabile farsi girare gli zebedei. Ricordi del passato che riaffiorano dalle numerose saracinesche chiuse che ti riportano a momenti piacevoli ed emozionanti del tuo vissuto, ma che oggi suonano a lutto al tuo lento passaggio, aumentando d’intensità passo dopo passo, e morendo nell’indifferenza generale di chi ha ormai rinunciato a combattere. Ti viene voglia di voltarti e tornare indietro, maledicendo il momento in cui hai deciso di fare quei quattro passi con spensieratezza, e che invece ti costringe ad un lento e continuo tormento, spingendoti a porti delle domande che non trovano una facile risposta, poiché non dipende da ciò che tu potresti fare per cambiare la situazione, ma dipende da chi ha deciso che questa città debba intonare il de profundis senza fiatare. Ti rendi conto che si potrebbe tornare indietro con facilità, ma non con queste teste di cazzo che ci governano e che a tutto pensano, tranne al modo di gestire le cose come Dio comanda, senza affondare il coltello sulle carni di chi sta tentando di salvaguardare l’economia e la tradizione di una città allo sfascio… ahimé è inutile disperarsi, finché l’ignoranza elogerà il malaffare, il sole a splendere non potrà tornare. Riprendo quindi il cammino con la tristezza che mi stringe per le spalle, ed evitando escrementi e monnezza, oltre che tentare di tenermi in piedi sui marciapiedi lastricati di marmo scivolosissimo, specialmente quando piove, in lontananza mi appare un piccolo puntino rosso un po’ sbiadito dalle intemperie. Avevo già intuito, forse sperato, di cosa si potesse trattare, tuttavia aumentai il passo e quasi mi commossi (scusate la svenevolezza) quando mi trovai faccia a faccia con qualcosa che non vedevo da tempo immemore, pensando addirittura che non esistessero più.

Una misera e vecchia cassetta postale (come quella dell’immagine sopra) è stata capace di riportarmi indietro nel tempo, risollevarmi il morale, e strapparmi una piccola promessa: “quest’anno meno sms o facebook, quest’anno più biglietti d’auguri”. Adoravo scrivere lettere e cartoline, come anche lo spingere quello sportellino lasciando che le inghiottisse, tanto che ogni occasione festosa si trasformava in un’ottima scusa per imbucare una missiva. A quei tempi, a scrivere erano i veri sentimenti, era il cuore! Ogni parola, ogni virgola sapeva della persona che l’aveva impressa su carta, e spesso ti facevano arrossire. Le distanze si accorciavano anche senza udire alcuna voce, perché potevi essere certo che quei sentimenti fossero veri, pensati, scritti di pugno. Oggi, tutto il sistema delle comunicazioni tra persone è gelido, incolore! Puoi parlare per ore al telefono, leggere post lunghissimi, ma non avvertire alcuna sensazione. Non è soltanto una questione di mancanza di poesia, ma dell’assenza di attenzioni reali che ti possano far percepire il calore delle parole che ti giungono dall’apparecchio, e di quell’assenza di passione se ne sente la mancanza.

Sono stato a spasso tra un drammatico presente e piacevoli ricordi, ma torno a casa un po’ rincuorato dall’idea che qualcosa può ancora essere salvato, e tanto mi basta. Se posso permettermi un piccolo suggerimento, per le festività di quest’anno fatevi un regalo e mettete da parte la tecnologia per il tempo necessario a tornare a scrivere con il cuore. Quel piccolo messaggio rimarrà impresso nel tempo.

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