Sembrava fosse un cavallo… no, era una nave!

Secoli e secoli passati a credere che Troia fosse caduta grazie ad un cavallo di legno, invece sembra che si trattasse di una nave da guerra di tipo speciale. Il Cavallo di Troia di omerica narrazione, oggi scende dal podio del mito e viene cestinato per un mero errore di traduzione. A giungere a tale conclusione è l’archeologo italiano Francesco Tiboni, ricercatore dell’Università di Aix-en-Provence e Marsiglia, le cui pubblicazioni sono reperibili sulla rivista “Archeologia Viva” di Giunti editore. Tiboni ripercorre secoli di incartamenti e disegni e scopre l’inganno nascosto nel nome utilizzato dai narratori, l’Hippos.

Secondo Tiboni, il mitico Ulisse non si introdusse a Troia per mezzo di un cavallo di legno, bensì di una nave di guerra fenicia “Hippoi” con la polena a testa di cavallo.
(particolare del bassorilievo del palazzo di Khorsabad, antica Dur Sharrukin, la ‘Fortezza di Sargon’, capitale dell’impero assiro al tempo di Sargon II, 722-705 a.C.). (Parigi, Louvre)

Un equivoco millenario che ci ha impedito di conoscere il vero marchingegno utilizzato per abbattere le mura di Troia. Sempre secondo il ricercatore, l’errore nacque intorno al VII secolo a.C. e venne poi divulgato anche da Virgilio, distorcendo l’intera vicenda.

“Se esaminiamo i testi omerici e reintroduciamo il significato originale di nave, non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale – spiega Tiboni – E’ più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”.

Ma la Hippos non è una semplice nave, questa veniva utilizzata per il pagamento di tributi o di resa, nonché di voto divino. Tuttavia, il termine originale di nave è caduto in disuso nel tempo, facendogli perdere il significato di “scafo”.

“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio”. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento – spiega sempre Francesco Tiboni – E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.).

“La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare”, conclude Tiboni.

Adnkronos

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