Ridatemi i bottegai!

Da tempo avevo pensato di dedicare un post ad uno dei problemi che, secondo il mio modesto parere, hanno decretato la fine del sistema commerciale del nostro Paese, ma lo faccio volentieri adesso. Il nostro modo di fare acquisti ha subito un mutamento radicale nel giro di pochi decenni, passando dall’acquisto oculato presso il bottegaio di fiducia, all’acquisto compulsivo dettato dai grandi supermercati.

ortolanoUn tempo le nostre mamme ci mandavano dal Sor Gianni, il salumiere, dicendoci: “fatti dare un etto di prosciutto e non dimenticare il resto” una prassi regolare che si basava su due aspetti fondamentali della vita: rispetto e fiducia. Anche nei vecchi supermercati era possibile sguazzare tra le tante proposte commerciali e riempire il carrello con la tranquilla sensazione di essere trattato bene. Le famiglie entravano con una lista dettagliatissima delle cose da acquistare, e avevano la certezza di poter acquistare di tutto e trovare il portafogli ancora sorridente; cosa che spingeva a vedere tutto positivo.

Oggi non è più così!

Il fioccare dei grandi ipermercati ha decimato la categoria dei bottegai. Intere famiglie che hanno visto il proprio lavoro, e il futuro dei propri figli, finire nell’abisso del fallimento indotto da una legge di mercato che non ha fatto altro che mietere vittime. Vittime che non si contano soltanto tra gli appartenenti alla categoria artigiana, ma anche sugli stessi acquirenti che hanno visto morire quegli aspetti fondamentali, quel sano modo di rapportarsi con il bottegaio di fiducia, che davano un senso speciale, quasi intimo, allo sport preferito dalle massaie: lo shopping con pettegolezzo.

Entrando in un supermercato dell’era 2.0, la prima cosa che dici a te stesso è “speriamo che i soldi bastino“.

pochi-soldi

La lista non ti è più necessaria, sostituita dalla certezza di poter comprare soltanto lo stretto necessario. Entri con lo sguardo fisso sul terreno ed hai la chiara consapevolezza di attraversare quelle porte scorrevoli che danno verso l’ignoto, sapendo già di riuscire senza soldi in tasca e senza aver acquistato nulla che ti basti più di un giorno. L’impatto con gli addetti ai lavori è piuttosto freddo e spesso si limita al “mi dia questo o quello”, anche perché, l’elevata turnazione del personale, non consente di instaurare un rapporto di conoscenza che duri più di un paio di acquisti consecutivi.

Ti muovi tra gli scaffali traboccanti di prodotti accatastati che non vedono il sole da parecchio tempo, impolverati a tal punto da sembrare residuati del dopoguerra, e pacchi di pasta che hanno già trovato chi sfamare senza il bisogno di essere scartati, come se ti muovessi tra i preziosi di una gioielleria.

Cominci a farti delle domande che non trovano risposta e cerchi di capire il motivo che spinge questi manager 2.0 a mantenere i prezzi così alti, nonostante il tantissimo cibo, così come i tanti prodotti invenduti, finiscano annualmente tra i rifiuti, quando potrebbero abbassare i prezzi e fare il tutto esaurito, lasciando il dolce in bocca alla gente che non riesce più a vivere con dignità. Almeno si impegnassero a distribuire i prodotti a quei tanti poveracci che rovistano nei cassonetti, anzichè attuare queste politiche di marketing da strozzini.

Politiche di marketing che tra l’altro vengono sconvolte nei periodi delle offerte speciali, utilizzate per risanare le perdite, grazie al guadagno sul quantitativo di prodotto venduto, ma non risana di certo le risicate finanze degli acquirenti abituali, poiché spesso non riescono a trovare i prodotti tanto pubblicizzati nei volantini, nemmeno il primo giorno dell’offerta. Inutile provare a chiedere spiegazioni, perché ti diranno che tutto è andato esaurito e buonanotte al secchio.
volantino-pubblicitarioQuesta è la situazione che mi fa incazzare più di tutto il resto, poiché i prodotti non sono andati esauriti perché acquistati dalla gente comune, da quei poveri acquirenti che spendono i propri stipendi durante l’anno facendo un fottìo di sacrifici per riempire le dispense. I prodotti sono esauriti perché depredati dagli stessi dipendenti e dalla fila di commercianti che approfittano degli sconti per riempire gli scaffali dei propri negozi. Basterà andare a far spese di prima mattina, proprio all’ora di apertura, per assistere allo scempio incontrollato. Una fila interminabile di carrelli, strapieni proprio di quei prodotti pubblicizzati, che sono già incolonnati davanti alle casse, senza il minimo accenno di ribellione da parte del direttore di quel centro di vendita, trasformatosi per l’occasione in un losco ricettatore, che al primo accenno di contestazione si ricorda il limite massimo di acquisto consentito e blocca (suo malgrado) la criminosa procedura.
Direttore, non si vergogna? Le offerte speciali sono fatte per aiutare la gente a vivere un po’ meglio senza doversi dissanguare, non per riempire gli scaffali di commercianti disonesti che poi li esporranno a prezzi maggiorati.

Mi auguro che un giorno possano tornare di moda i piccoli bottegai, una risorsa preziosa per l’intero sistema sociale, e che possano tornare i tempi in cui, guardando le dispense e i portafogli, eravamo tutti più felici.

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9 pensieri su “Ridatemi i bottegai!

  1. Eh mio caro,io infatti negli ipermercati non ci metto piede! Primo perché appena ci entro mi viene il mal di testa e l’impellente voglia di uscirne al volo (sono pur sempre una selvaggia,eh),secondo perché odio fare la fila alle casse,terzo perché il più vicino a casa mia dista 35 km.Non sarebbe un problema,visto che lavoro in città e passo davanti sia a quello che agli innumerevoli ipermercati parmensi,ma vuoi mettere il poter andare dal bottegaio del paesino sotto casa mia?Di quelli che vendono di tutto,dalla frutta ai quaderni e ti danno ancora il cacao e lo zucchero con la palettina dentro il sacchettino di carta.E regala sempre una caramella ai bambini (e anche a me).Non immagini la goduria!!!! No cari ipermercati,non mi avrete finché ci sarà ancora in piedi una bottega di paese 😊

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  2. Le botteghe chiudono non solo per la tirannia del mercato che favorisce gli iper, ma anche perché questo Stato cieco e sordo (ma non muto, perché sbraita e tanto) impone tasse agli artigiani e ai negozi che sono insostenibili. Il figlio di un mio amico ha la passione per il pane ed ha aperto un forno (a pietra). Ancor prima di aprire ha pagato: per la licenza, per la partita IVA, per le concessioni governative, per l’igiene e la sicurezza, per il registratore di cassa, poi tasse comunali, provinciali (ma non erano state abolite?) e regionali… Dopo tre settimane dall’apertura, a causa di una vasta operazione di controllo lanciata su tutto il territorio regionale, ha ricevuto un’ispezione dell’ufficio provinciale del lavoro per verificare se avesse dipendenti e se fosse veramente a conduzione familiare e se lui e sua moglie risultassero registrati regolarmente… Ma come si fa a vivere e, soprattutto, a produrre in questo Paese? Ovvio che gli iper e i super fanno quello che gli pare…
    Grazie per l’interessante spunto amico mio.
    Ciao, Piero

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